"Angola, capoeira mãe. Mandinga de escravo em ânsia de liberdade, seu princípio não tem método, seu fim é inconcebível ao mais sábio capoeirista.” V.F.P.

Storia:

Questo scritto si propone di fornire una rappresentazione, ovvero una possibile spiegazione dell’evoluzione storica dell’arte della Capoeira (cos’è, quando è nata, come è nata e come si è sviluppata, ecc.). Tentare di comporre l’immagine che la Capoeira offre col suo carico di significati, attraverso la parola scritta, è un compito difficile; per fare ciò è necessario effettuare un grande balzo che ci porta lontano nello spazio e nel tempo e ripercorrere le traiettorie che hanno segnato il percorso storico di quest’arte per riflettere sui valori che essa porta e che sono giunti ai nostri giorni. Più chiaramente si cerca di offrire immagini che rappresentano le trasformazioni evolutive dell’arte, trasformazioni prodotte dalle mutazioni dei contesti socio-culturali, ossia i cambiamenti che riguardano le pratiche, le tecnologie, il sistema di valori e l’economia connessi ad un particolare luogo: il Nordeste del Brasile. Infatti, le origini e lo sviluppo della capoeira non sono concepibili al di fuori dei contesti sociali, economici e politici, in cui essa si trovava ad operare.

Genesi e sviluppo dell’arte della Capoeira

Il grande balzo spazio-temporale ci porta nel Brasile di cinquecento anni fa. Fin dagli albori della sua scoperta e formazione, il Brasile ha assunto i caratteri di un’impresa mercantile, nel senso che all’epoca della scoperta, il Portogallo, come il resto del continente europeo si trovava in pieno regime mercantilista(Prado Jr., 1960; Guimarães, 1964).
Ciò diede vita al modello economico chiamato agro-esportatore (Prado Jr., 1962, Isenburg, 1986): “Fu inizialmente per alimentare gli scambi europei di prodotti tropicali, assieme a metalli preziosi e diamanti, che si popolò il territorio brasiliano, che vi si fissò e organizzò una collettività umana … Si stratificò dunque così la società coloniale brasiliana e “l’affare” cui era destinata – la produzione cioè d’oggetti commerciali richiesti sulle piazze del vecchio continente – e a tale finalità concorsero le riserve di una natura inesplorata e vergine, la posizione dinamica e dominante del portoghese popolatore e colono” (Prado Jr., 1960), e la forza lavoro di uomini resi schiavi: dall’Angola, Congo, Guinea, Mozambico, Zaire (etnie Kimbundu, Kongo, Manda o Mandinga, ecc.) e dalle nazioni indigene brasiliane (Aruaque, Guarani, Tupi, ecc.).
Ciò implicava la concentrazione della proprietà fondiaria, sicché questo tipo di struttura agraria si riprodusse nel corso dei secoli in modo pressoché immutato fino ai giorni nostri. Nel periodo coloniale le terre, in grand’estensione, erano concesse come donazione a nobili e a chi aveva risorse finanziarie da investire, essi avevano però il vincolo del popolamento, messa a coltura e pagamento della decima all’Ordine di Cristo. Inoltre, i donatari avevano l’obbligo di costruire engenhos ed erigere difese militari sia contro i nativi sia contro i pretendenti europei che giungevano dal mare. Nel 1534, a trentaquattro anni dalla scoperta, i portoghesi avevano tentato l’esperimento delle capitanias hereditárias: le terre esplorate, cioè la zona costiera, furono suddivise in quindici capitanias di cui solo due prosperarono, il Pernambuco nel Nordeste (dove si cominciò subito a coltivare la canna da zucchero) e, a sud, São Vicente (l’attuale São Paulo); ciascuna capitania era governata da un capitano-maggiore, da esse trassero origine le province e gli stati attuali (Isenburg, 1986; Stegagno Picchio, 1997). Il sistema delle donazioni o sesmarias fu applicato fino al 1822, in coincidenza con la proclamazione dell’ Impero indipendente..

Ecco come il padre gesuita Fernão Cardim, descrive ad esempio, intorno al 1590, il Pernambuco:

Ha circa duemila abitanti fra città e dintorni con molti schiavi di Guinea calcolabili in duemila circa: gli indios autoctoni sono ormai pochi. Il paese è tutto molto piano e il lavoro delle piantagioni si fa coi carri e via terra. La fertilità dei canneti è indicibile; ci sono sessantasei engenhos e ciascuno di essi è un vero villaggio,… gli engenhos non riescono a smaltire la canna …e non si arriva mai all’esaurimento, così che si sta macinando canna di tre o quattro anni addietro; e anche se ogni anno arrivano a Pernambuco quaranta o più bastimenti, essi non riescono a portar via tutto lo zucchero, si fanno anche molti allevamenti.

La gente è benestante, alcuni però sono anche assai indebitati per le forti perdite di schiavi di Guinea (muoiono in gran numero) e per le grandi spese e gli eccessi del loro tenore di vita.
Mogli e figlie si vestono di ogni specie di velluto, damaschi, sete e in questo esagerano oltre misura… La città (Olinda) − Recife verrà dopo − è ben situata in posizione sopra elevata con ampia vista sul mare e verso terra; bei palazzi di pietra e calce, mattoni e tegole.
Narrativa epistolar de uma viagem e missão gesuitica, 1582-85.

La presenza dei portoghesi in africa risale al 1430; sfruttando i conflitti esistenti tra i differenti gruppi tribali ed incentivando le guerre tra essi, acquisirono attraverso mercanti di schiavi i prigionieri fatti durante le guerre. I prigionieri in seguito erano deportati nelle varie isole dell’atlantico, dove già si produceva zucchero di canna.
Afonso Taunay stima che durante i secoli XVI, XVII e XVIII, furono deportati in Brasile, rispettivamente 100.000, 600.000 e 1.300.000 di esseri umani schiavizzati.
In periodo coloniale, la striscia saccarifera che garantiva ricchezza alla metropoli era un sottile nastro di poche leghe, di qualche decina di chilometri, che correva parallelo alla costa da Porto Seguro (Bahia ) fino a nord di Recife (Pernambuco); i cunei che si spingevano verso l’interno non erano di destinazione agricola, ma necessari spostamenti per procurarsi legname, indispensabile quale materia prima per l’edilizia e per gli attrezzi di lavoro ed anche come fonte di energia per i fuochi della raffinazione dello zucchero
È qui che prende vita la capoeira, in questo sottile nastro costituito da engenhos che si susseguono l’un l’altro senza soluzione di continuità.

All’interno degli engenhos si trovano le senzalas; la parola deriva dal Kimbundu (sanzala) e significa abitazione. Le senzalas sono le abitazioni degli schiavi in una fazenda o engenho contrapposta socialmente e stilisticamente alla casa grande abitata dal proprietario. Quello delle senzalas era l’unico ambiente lasciato agli schiavi dove poter preservare la propria dimensione culturale. I riti e le credenze sopravvivevano come la più innocente forma di divertimento: la danza e i canti. Al suono di degli atabaques , permaneva vivo il culto degli orixas, le danze riportavano movimenti e gesti codificati nella cultura d’origine, memorie di un mondo perduto, da cui furono strappati; da questa violenza, compiuta dall’uomo sull’uomo, è nato il gioco della Capoeira.
Secondo Albano Neves e Souza, gli schiavi delle tribù del sud dell’Angola che furono deportati attraverso l’avamposto di Benguela portarono la tradizione della lotta con i piedi.

Questa ipotesi è riportata nello scritto di Albano Neves e Souza, che scrive da Luanda, Angola, a Luis da Camara Cascudo (Adorno,1999):

tra i Mucope del sud dell’ Angola, c’è una danza della zebra N’golo, che avviene durante la Efendula, festa della pubertà delle ragazze, che smettono d’essere adolescenti per diventare donne, adatte al matrimonio e alla procreazione. Il giovane vincitore dello N’golo ha il diritto di scegliere la sposa senza pagare la dote per lo sposalizio. Lo N’golo è la Capoeira.
Un’altra prova che rafforza tale ipotesi che porta ad attribuire l’origine della Capoeira allo N’golo conduce all’abitudine in brasile di alcuni malandros – malandrini – di suonare uno strumento chiamato Berimbau e che in africa viene chiamato hungu o m’bolumbumba, a seconda del luogo diffuso tra le popolazioni dedite alla pastorizia da ovest a est fino allo Swaziland che si trova sulla costa orientale.

In realtà durante l’epoca delle colonie gli schiavi erano deportati non solo dall’Angola, ma anche dal Congo, dalla Guinea e successivamente dal Mozambico. Gli schiavi presenti nelle piantagioni brasiliane potevano essere di origine Manda o Mandingo: Malinkè, Soninke, Fulanke, Susu, Kpelle,( Africa centro occidentale Guinea, Liberia, costa d’avorio; di origine BaKongo: Muserongo, BaMbata, BaZombo (alle foci del fiume Congo); di origine Mbundu o Kimbundu, (Angola); infine di origine Makua, (Mozambico). In ognuna di queste popolazioni erano presenti danze e competizioni atletiche in forma di lotta che prevedevano l’impiego delle mani, oppure l’uso dei piedi od anche della testa.
Verosimilmente, all’interno delle senzalas si è operata un’ibridazione culturale tra membri appartenenti a gruppi etnici differenti (quello dei Kimbundu probabilmente era il più numeroso), ciò ha portato alla genesi della Capoeira, contemporaneamente dall’altra parte, attraverso il lavoro dei missionari, gli schiavi erano sottoposti all’educazione cristiana.

La Capoeira si differenzia dallo N’golo per il semplice motivo che quest’ultimo si realizza in un contesto differente da quello delle senzalas, in altre parole la danza dello N’golo era una competizione atletica legata ad una funzione cerimoniale: ogni gesto o azione aveva un significato codificato nella cultura d’origine; nelle piantagioni brasiliane erano diventate reminescenze di pratiche che avevano mutato il loro senso e si potevano praticare solo in orari stabiliti, ovvero di nascosto; per questa ragione si afferma che la capoeira ha origini afrobrasiliane.

Ecco come Charles Ribeyrolles, esiliato in Brasile da Napoleone III descrive la Capoeira:

ogni sabato notte, finito l’ultimo compito della settimana, e nei giorni santificati.. ..agli schiavi viene concessa una o due ore per la danza, si riuniscono in uno spiazzo, si chiamano, si raggruppano, si incitano e la festa comincia. Questa è la Capoeira, una specie di danza ….
..di coraggiose evoluzioni e combattiva, al suono dei tamburi del Congo.
Nelle zone riservate alle senzalas e nei tempi liberati dal lavoro organizzato della piantagione, gli schiavi giocavano, cioè suonavano, cantavano, danzavano e lottavano. In altre parole si riunivano con i loro avi ancestrali, mantenevano viva la loro cultura, custodivano la memoria della propria terra con le sue divinità , i suoi miti e le sue leggende, lo schiavo preservava così i suoi riti e le sue leggi, il suo corpo e la sua psiche, in breve: la propria identità.
Per rendere chiara l’angoscia in cui vivevano gli schiavi, bisogna prendere in considerazione l’attività principale che garantisce la sopravvivenza dell’uomo: il lavoro.
Il lavoro proprio della specie umana viene definito “culturale”, ossia, la soddisfazione del bisogno di sopravvivenza avviene in una specifica coscienza sociale. La libertà dal bisogno si realizza nella società e attraverso questa, l’istinto gregario diventa vita sociale, l’attività individuale è integrata nell’attività generale del tipo di società a cui l’individuo appartiene.
Il lavoro è supporto dell’esistenza umana nella temporalità della vita il suo senso varia a seconda le diverse connotazioni culturali del tempo dell’esistere.

L’avvento dell’«economia planetaria» ha fatto conoscere la varia collocazione e ampiezza del tempo di lavoro in ambienti socio-economici con radici storico-culturali diverse.
Con l’avvento dell’industrialismo si è ormai abituati a distinguere il tempo di lavoro dal tempo di non-lavoro ovvero di vita. Nell’Africa nera non era così: tempo di vita e tempo di lavoro coincidevano.Una comunità africana riconosce la propria identità nell’appartenenza al passato, alla memoria collettiva d'eventi e personaggi del mondo dei padri e delle madri, mondo che continuerà nei figli. Il passato è amore e timore, da fondamento e pone limiti (tabù): l’azione non è giustificata dall’intenzione rivolta al futuro ma dalla norma codificata nel passato. Le sociètà tradizionali dell’Africa nera sono costituite da comunità di villaggio basate sui legami di consanguineità. L’esistenza comune deve essere protetta, prolungata, preservata: essa non deve ridursi costringendosi ad un lavoro con penose costrizioni fisiche, temporali e morali. In base agli studi di Kamden sulle società tradizionali africane «nella comunità del clan il lavoro non dà mai l’occasione di alienarsi l’altro uomo, perché l’uomo non è mai considerato una merce» né è una merce il tempo di lavoro. Il tempo e l’organizzazione del lavoro non sono distinti, «sono in situazione di armonia e coesione e non di opposizione e rottura come avviene nelle società industrializzate».

Il lavoro si svolge in piena convivialità e armonia, per l’africano è naturale distrarsi e interessarsi anche ad altro mentre lavora, intrattenendo relazioni calde e spontanee. Nelle economie tradizionali di sussistenza le attività di lavoro (coltivazione, raccolto, caccia ecc.) sono compiute in modo comunitario da clan familiari e da tribù. Nelle culture africane tradizionali i comportamenti di tutti e di ciascuno si conformano ad un ordine unico e gerarchizzato che si deve preservare.
Così , in una situazione infame come quella in qui si trovavano gli schiavi del Brasile – dove la dignità umana veniva stritolata, annichilita, umiliata, proibendo la libertà della propria persona e del proprio pensiero– la fuga era il fine, la capoeira il mezzo.
Inizialmente la fuga avveniva a livello psicologico: si scappa dalla cultura dei portoghesi per rifugiarsi in quella lasciata in africa, non dimenticata e non ancora totalmente distrutta. Bisogna rammentare che gli schiavi potevano appartenere a tribù o ad etnie differenti, in molti casi tra loro nemiche, quindi è presumibile che vi sia stata un’agglutinazione di culture africane differenti, la capoeira in questo senso si può definire come il risultato dell’unione di differenti culture africane.

Riunendosi in cerchio (roda) il gruppo di schiavi univa le proprie energie psichiche per compiere il viaggio che lo portava alle origini ancestrali. All’interno del cerchio due giocatori (lottatori-danzatori) che si confrontano. Accompagnati dalla melodia del canto e dal ritmo imposto dal tamburo e dal battito delle mani, i giocatori confrontandosi disegnano parabole ingannevoli e sorprendenti. Il giocatore all’interno del cerchio è lottatore e simultaneamente danzatore. Questa dicotomia può essere definita come un continuum in cui ai due estremi vi è la lotta o la danza. La base della danza è la ginga. La base della lotta è la ginga. Il movimento base sia per la lotta che per la danza è la ginga. La ginga rappresenta la mediana del continuum. Si gioca, cioè si danza e si lotta, ad esempio, in presenza del padrone o dei guardiani si danza, in loro assenza si lotta, questo perché era vietata qualsiasi espressione di aggressività, evitando così che gli schiavi si facessero male, sottraendoli così al lavoro.
In un secondo momento la fuga diventava azione fisica di allontanamento dalla piantagione.
È generalmente accettata l’ipotesi del gioco d’agilità fisica come mezzo di difesa utilizzato dagli schiavi fuggitivi contro i propri persecutori, in questo caso altri schiavi: è esemplare la figura rappresentata dal cosiddetto capitão do mato; il capitão do mato guidava i gruppi di schiavi che erano utilizzati per catturare i fuggitivi, poteva essere meticcio o africano ed era colui che meglio conosceva il territorio selvatico – territorio simile alla savana – del mato. I tentativi di fuga si susseguivano alle catture e in questo modo l’arte si perfezionava; i giochi d’agilità fisica dovevano rendere il colpo sicuro e risolutore, e dare la possibilità ad affrontare senz’armi più avversari, in modo da diminuire drasticamente la probabilità di essere catturato o ucciso.

I Quilombos

Nel primo periodo della colonia vi erano molti modi per definire ciò che poi verrà chiamata capoeira o capoeiragem; espressioni come, gioco di angola, angolinha, brinquedo o vadiação servivano ad indicare questo fenomeno.
Una delle ipotesi sull’origine del termine “capoeira” afferma che esso deriva dalla lingua locale tupy e significa ciò che fu mato ( caà= mato; puera= che fu), intendendo sia i terreni disboscati per la raccolta della legna ovvero quelli bonificati e messi a coltura, sia la vegetazione bassa della mata. Il terreno ricco di arbusti e rare boscaglie permetteva ai fuggitivi di affrontare disarmati i propri persecutori; così, la vegetazione definita in lingua tupy caà puera darà il nome a questi guerrieri e alla loro lotta.
Altri studiosi affermano che l’accezione “capoeira” designa un tipo particolare di cesto usato dagli schiavi per trasportare galline al mercato. Il termine usato inizialmente per definire le gabbie si è poi esteso a definire questi schiavi; secondo i sostenitori di questa ipotesi questi schiavi in attesa dei commercianti si divertivano praticando il brinquedo e lo stesso gioco fu comunemente definito gioco della capoeira.
Comunque siano andate le cose, la capoeira serviva ad ottenere la libertà, una volta fuggiti gli schiavi cercavano un luogo sicuro dove poter costruire una comunità libera per fare ciò che si faceva in africa.
Tutto il periodo della Colonia è punteggiato da esplosioni di ribellioni (Moura, 1981): non appena si costituiva un indebolimento del controllo sociale esercitato dal dominio padronale in corrispondenza a difficoltà economiche o nel sistema politico controllato dalle metropoli, la popolazione schiava metteva in atto la sua specifica modalità di lotta, cioè la fuga dal latifondo verso l’interno denso di foreste difficile da penetrare, nascevano così i quilombos.
Il Brasile nella pratica si trasformò in un mosaico di quilombos, alcuni maggiori, altri minori, ma tutti importanti per la comprensione della storia sociale di questo paese . L’esempio più duraturo ed avanzato dal punto di vista economico e politico è il policentrico quilombo di Palmares (Alagoas), federazione di 20.000 africani che si è mantenuta in vita per l’intero XVII secolo in coincidenza con la più grave crisi istituzionale della metropoli, l’unione con la corona spagnola e il coinvolgimento nella guerra dei trent’anni e, soprattutto, l’occupazione olandese; una caratteristica dei quilombos è di avere messo a punto una policoltura fiorente, capace di garantire un’abbondante e varia base alimentare che contrastava nettamente con il costante dramma delle carestie del latifondo e di aver saputo costruire una rete di rapporti sociali con l’esterno (cioè con il variegato arcipelago di oppressi ed emarginati che l’economia coloniale aveva creato, come disertori, criminali e devianti, indii, schiavi delle senzalas e negri delle città), evitandone così l’isolamento, e facendo di quei luoghi punti di affluenza e scambio (Isenburg, 1986). Figura mitica e simbolo della lotta di liberazione era Zumbì di Palmares. Palmares venne piegata e distrutta a seguito dell’intervento militare dei bandeirantes paolisti (Machado, 1965); i superstiti furono deportati in Pernambuco.
Zumbi di palmares, eroe del popolo brasiliano, nacque a Palmares, col nome di Francisco, poco prima di compiere quindici anni, Francisco se ne andò di casa e vagabondò per più di sei mesi; al suo ritorno in Palmares, Francisco prese il nome di Zumbi; il patriarca della sua famiglia si chiamava Ganga Zumba (Adorno,1999).
Bisogna ricordare che la divinità principale del Camerun e del Congo si chiama Nzambi; in Angola chi è morto e chiamato zambi; nei Caraibi gli zumbis o zombies sono i morti-viventi, creature che non riposano.
All’alba del giorno 20 novembre del 1695, al termine della cosiddetta guerra di selva, Zumbi, ferito a tradimento e solo, per sfuggire alla pattuglia di bandeirantes che lo braccava, si gettò da un’alta rupe dei monti di Alagoas.
In forma esemplare, Zumbi incarna gli orrori dello schiavismo brasiliano, un cadavere senza sepoltura, un morto-vivente, il simbolo delle atrocità del potere prepotente, ed esempio per coloro che resistono all’oppressione e lottano per la libertà e la giustizia. Con la fine dei quilombos per la capoeira inizia un nuovo periodo.

Dopo le colonie

La capoeira era ormai parte integrante della società brasiliana, si inizia anche a parlare di classe sociale dei “capoeiristi”. Pressati dalle circostanze – in Brasile la logica di potere per secoli (finchè l’economia era concentrata solo sull’esportazioni) ha sempre contrastato la formazione di un mercato libero del lavoro – molti fecero uso delle abilità che l’arte della capoeira gli conferiva. Molti erano assoldati come guardie del corpo di membri appartenenti alla classe sociale dominante o addirittura come esecutori di crimini che garantivano la continuità del potere costituito.

Melo Moraes Filho, in Festas e Tradiçoes Populares do Brasil, racconta dei gruppi che formavano le maltas e delle loro prodezze al tempo dell’Impero Indipendente del Brasile:

al grado di capo della malta vi accedevano solo coloro la cui valentia era ineccepibile e al grado di capo dei capi il più reattivo tra questi, il più riflessivo e prudente.
I capoeiristi, fino ai quarant’anni passati giuravano fedeltà in una cerimonia solenne e il luogo scelto per essa era la torre di una chiesa. Quando le circostanze esigevano uno sforzo comune le questioni di parrocchia o di quartiere non li distraevano; per esempio: un sebhor che , per motivo di capoeiragem, vendeva alle fazendas uno schiavo affiliato a qualche malta; loro si riunivano e designavano chi doveva vendicarlo.
Nel periodo in cui le sepolture erano fatte all’interno delle chiese e le feste erano frequenti, le torri delle chiese si riempivano di capoeiras…
….uno dei rudimenti del capoeira è il rabo de arraya . Consiste nel tenere fermo un piede al suolo e nella rotazione istantanea della gamba libera, tagliando in linea orizzontale, in modo che la parte posteriore va a colpire il fianco del contendente, eseguendolo dopo una cabeçada o una rasteira , infallibili corollari dell’inizio di un combattimento.

Nella sua relazione Melo Moraes descrive anche alcuni “episodi sociali” di Rio de Janeiro e dell’intensa repressione poliziesca sulla capoeira, considerata fuorilegge, la capoeiragem divenne sinonimo di criminalità sostituendo così il significato originale del termine capoeira.

Si può dire che dal 1870 da queste parti i capoeiras non esistono e se qualcuno, veramente degno di questo nome per l’antica lealtà , per la fiducia propria e per la conoscenza dell’arte se ne sta’ lontano, memore del tempo in cui la capoeiragem aveva disciplina…..
Il capoeira isolato, in quei tempi, lavorava, faceva famiglia, la vadiagem gli era proibita, non era un ladruncolo e si consegnava alla forza pubblica solo se morto o quasi…
…..Molti dei comandanti dei corpi della guardia nazionale e dei militanti politici conoscevano il gioco, o erano abilissini nell’arte….
…..Le sfide tra parrocchie venivano comunicate attraverso convenzionali tocchi di campana in ore determinate. I combattimenti avvenivano in piazze, in vie o in luoghi più o meno lontani e deserti.
A volte interrompendo il cammino di una processione, o la sfilata di un corteo, si udivano insieme alle grida di signore impaurite, a quelle dei negri che portavano a spalle signore e giovani, quelle dei padri di famiglie che aprivano varchi per mogli e figli, si udiva il terrificante “chiudi! Chiudi !”
I caixingueles volavano di fronte, la capoeiragem si lanciava indomita, ai disturbi seguivano teste rotte, lampioni rotti a sassate, coltellate, ecc…

…..In questa città le scuole di capoeira si moltiplicavano, ogni classe di discepoli apparteneva a questa o a quella parrocchia.
A partire dai caixingueles, ragazzi che andavano davanti alle maltas nemiche a provocare , fino ai due mestres, erano a disposizione per gli esercizi preparatori, questi corsi funzionavano regolarmente, i più frequentati erano il Praia do Flamenco o quello della collina della Concezione , quello della Praia di Santa Lucia, per non parlare delle torri delle chiese – bambini attratti dalla professione del capoeira.
Arruolati nella guardia nazionale i capoeiras esercitavano una grossa influenza durante le campagne elettorali, decidevano le elezioni, perché nessuno meglio di loro sapeva raccogliere voti, ingravidavano le urne, facevano fuggire i votanti, ecc.

Per comprendere il significato di questa azione, vale a dire ingravidare l’urna, è utile riportare la relazione di Manoel Querino tratto dal Jornal de Noticias, della città di Salvador di Bahia, del 2 giugno 1914, il giornalista tratta delle dispute elettorali tra liberali e conservatori e dei capoeiras alsoldo dei partiti.

Il capoeira fu sempre una figura indispensabile nelle campagne elettorali, faceva rispettare l’opinione dei propri candidati, provocando disordini, aggredivano gli avversari contribuendo cosi alla formazione della camera dei fagundes…
…arrivato il giorno delle elezioni, gli avversari erano pronti per la lotta, ogni partito arringava i propri militanti… …il sangue dei militanti bagnava il marmi del tempio.
Approfittando della confusione del momento, il votante più sagace introduceva nell’urna un mazzo di schede elettorali. Quest’azione era definita ingravidare l’urna..


Con la prima Costituzione repubblicana del 1891, si accenna a qualche prudente cambiamento dell’assoluto monopolio fondiario dando così la possibilità alla creazione di un mercato libero del lavoro: l’art. 72 dichiara che « il diritto di proprietà è mantenuto in tutta la sua completezza, fatto salvo l’esproprio per necessità o utilità pubblica con previo indennizzo»; nonostante ciò il paese si ritrova di fronte agli stessi problemi di quarant’anni prima (Silva, J. Gomes, 1971; Borges, 1984). In questo periodo storico si accendono con maggior frequenza sollevazioni contadine, la fine della schiavitù e dell’Impero avevano aperto grandi speranze di mutamento nel mondo rurale, speranze che furono rapidamente disattese: l’accesso alla terra e la revisione dei contratti agrari rimanevano insoddisfatti (Isenburg, 1986). Questa situazione è descritta in modo limpido da Teresa Isenburg (1986, pp.225-226):
Masse contadine, che non possono più vivere sulla terra o per il sopravvenire di angustie economiche, come nel caso della crisi strutturale del settore saccarifero, o per il ripetersi di catastrofi ambientali frutto di una conduzione agronomica spogliatrice,… … e l’insediarsi di immigrati europei in zone di frontiera già occupate da posseiros nazionali come nella zona Centro-Sud, si sollevano e si difendono raggruppandosi in comunità animate da ideali egualitari che si oppongono al potere e all’ordine costituiti. Sono movimenti poderosi, stroncati solo grazie agli interventi militari che impegnarono a fondo il giovane esercito repubblicano, sancendone immediatamente una funzione prevalente di repressione antipopolare interna.

Si ricordino la guerra contro i Cangaceiros di Lampião nel sertão Pernambucano, contro i Canudos di Antonio Conselhero (1896-1897) nel sertão bahiano, Contestado (1912-1916), fra S. Catarina e Paranà, Juazeiro (1900-1920) nel Cearà e Princeza (1929) (Isenburg, 1986). In tale contesto la capoeira continua a sopravvivere facendo così sopravvivere le ataviche reminescenze della cultura orale africana, o più adeguatamente, la rete di significati con cui gli afrobrasiliani interpretavano la vita ha continuato ad operare arrivando ad essere condivisa anche da altri gruppi sociali; cosicché la capoeira cessa d’essere un’attività esclusiva degli afrobrasiliani.

Joao Moniz poeta nato a Santo Amaro della purificazione, Bahia, scrisse le sue impressioni su di un famoso capoeira dell’epoca Besouro, personaggio che ancora oggi viene ricordato nelle canzoni (corridos) durante le rodas di capoeira:

Besouro fu la maggior attrazione della mia infanzia. I suoi combattimenti simulati con dodici uomini, Ioio, Nicori e altri capoeiristas suoi amici, al suono di berimbau e pandero, erano magnifici spettacoli di forza agilità e delicatezza, in cui i sudati e leali contendenti si applicavano mutuamente ai pericolosi precetti di attacco e difesa, attenti a non farsi male, perché non uscissero con rancore dal gioco (brinquedo). E Besouro allora primeggiava per questa attitudine di nobiltà, lui che era rispettato come il primus inter pares..
Ho conosciuto Besouro a all’età dei suoi vent’anni o poco più. Era amabile, scherzoso, amico dei bambini e rispettato dai “bianchi”.
Aveva un coraggio che sembrava pazzia, gli piaceva di provocare la polizia. Non era raro che esplodesse un “turundudum!” del diavolo di fronte alla vecchia prigione, sua terra natale.
Era Besouro, che, a notte fonda, aveva svegliato il distaccamento di polizia per un “brinquedo” che finiva in corse e spari, da cui ne usciva illeso e sempre sorridendo cosi come entrava.
…Besouro non ha mai ucciso nessuno, e posso affermare con assoluta certezza che non venne ucciso dalla polizia.
Ci sono due versioni della sua morte, una falsa risultato dalla perfidia politica, e l’altra vera, in cui ubriaco, Bezouro fu colpito a tradimento con un pugnale da un ragazzino probabilmente sottostimato da lui alla vista degli altri, mentre stava bevendo in un osteria. Non morì subito ma per l’omissione di soccorso, fu lasciato al suolo per più di un giorno …. Prima che lo portassero alla Santa Casa Da Misericordia di Santo Amaro dove chiuse gli occhi circondato da amici, ammiratori e curiosi.

Oltre Besouro, altri capoeirsti sono diventati famosi a livello mondiale, come nel caso del pescatore Samuel Querido de Deus di Bahia. Egli si fece notare in un periodo in cui era cessata la repressione del gioco della capoeira e la sua pratica non era più proibita. Di lui scrisse Jorge Amado, nel 1941 quando ancora il pescatore era in vita.

Cominciavano già a comparire i primi fili bianchi sulla testa di Samuel Querido de Deus.
Il colore della sua pelle è indefinito. Certamente mulatto. Ma mulatto chiaro o mulatto scuro, abbronzato dal sangue indigeno con i tratti italiani dal viso spigoloso? Chi lo sa? I venti del mare nei giorni di pesca diedero al viso di Querido De Deus un colore che non è simile a nessun colore conosciuto, nuovo per tutti i pittori. Egli parte con la sua barca per i mari a sud dello stato dove abbonda il pesce. Quanti anni avrà? È impossibile sapere; già da molti anni il saveiro di Samuel attraversa il mare per tornare alcuni giorni dopo al porto di Cais di Bahia con il pesce per i banchi del mercato Modello. I vecchi barcaioli dicono che sono passati più di sessanta inverni dal giorno in cui nacque Samuel… Più di sessanta anni. Con certezza. Però ancora non c’è miglior giocatore di capoeira, per le feste dell’ Immacolata Concezione, la prima settimana di dicembre, che non sia Querido de Deus.

Durante il XIX secolo fino ai primi trenta anni del XX la capoeira ha subito una costante repressione con fasi acute in cui le istituzioni si erano prefissati di eliminare questo fenomeno sociale.

Oggi la capoeira viene distinta in due stili l’angola la più classica e antica, e la regional nata nel XX secolo. La capoeira regional è stata codificata e disciplinata dal mestre Bimba.
Manoel dos Reis Machado detto Bimba nasce il 23 novembre del 1899 nel quartiere di Engenho Velho, parrocchia di Brotas, città di Salvador, Bahia. Suo padre si chiamava Luis Cândido Machado, caboclo della fiera di Santana. Sua madre, Maria Martinha do Bonfim, era una creola di Cachoeira.
Il soprannome di bimba (pene piccolo) se lo guadagnò quando nacque grazie all’aggettivo usato dalla levatrice per definire il suo sesso alla madre che lo scambiò per una bambina.
Inizio’ ad apprendere la lotta con il padre che all’epoca era un famoso lottatore di batuque un’antica forma di lotta negra. A dodici anni cominciò ad apprendere la capoeira, il suo mestre si chiamava Bentinho. Il mestre Bimba rappresenta il sistema di insegnamento alla sua epoca come una pratica violenta.
Nel suo mestiere di mestre di capoeira, Bimba elaborò un proprio sistema di allenamento e conoscenza di tecniche di gioco: la Capoeira Regional Bahiana.
Grazie ai suoi sforzi fu aperta la prima Accademia di Capoeira con autorizzazione ufficiale nel 1937.

Pastinha: il protettore della capoeira angola

Vincente Ferreira Pastinha nacque in Salvador, Bahia suo padre un commerciante d’origine spagnola, sua madre, una bahiana.
In una registrazione effettuata nel 1967 e conservata nel Museo dell’immagine e del suono, il mestre Pastinha racconta la storia della sua vita:

«Quando avevo circa dieci anni un altro bambino più grande di me diventò mio rivale. Quando uscivo da solo – per esempio, andare in bottega a fare compere – noi litigavamo e finiva sempre che le prendevo da lui…. Un giorno, dalla finestra di casa sua, un vecchio africano assistette ad un nostro litigio : vedendo che piangevo mi disse “ vieni qui figlio mio, tu non puoi farcela con lui, sai? Lui è più grande di te. Il tempo che tu perdi piangendo di rabbia puoi spenderlo venendo qua nel mio casolare così ti insegno una cosa molto valida”. Fu ciò che mi disse il vecchio ed io andai…».

Il vecchio si chiamava Benedito, e ciò che il giovane Pastinha imparò fu molto più che una serie di tecniche di difesa personale, egli si addentrò una cultura a lui sconosciuta e che rischiava la scomparsa.
All’età di dodici anni entrò nella scuola navale per diventare marinaio e né usci a vent’anni, in questo periodo insegnò capoeira ai suoi colleghi. Una volta congedato dalla Marina Pastinha fece diversi mestieri ma continuò sempre a giocare Capoeira e ad insegnarla…

«..Tutto passeggero, ho sempre cercato di vivere della mia arte. La mia arte è quella del pittore, artista…».

La sua vita cambiò quando un suo ex alunno lo portò ad una roda di Capoeira tradizionale; in quella roda c’erano solo mestres il più ragguardevole era Amozinho. I mestres ammirarono la sua competenza, al punto da eleggerlo custode della capoeira angola.

«…di una cosa non c’è dubbio: furono i negri portati dall’Angola che ci hanno insegnato la Capoeira. Può essere che fosse ben differente dalla lotta che quei due uomini stanno mostrando adesso. Mi hanno detto che ci sono cose scritte che provano questo. Ci credo. Tutto muta. Ma ciò che noi chiamiamo Capoeira Angola, quella che io ho appreso, non ho lasciato che cambiasse qui nell’Accademia; e sono più o meno 78 anni .. e ne passeranno 100, perché i miei alunni sono zelanti. Adesso i loro occhi sono i miei. Sanno che devono continuare. Sanno che la lotta serve a difendere l’uomo..».

Le considerazioni del mestre Pastinha ebbero molti sostenitori in tutto il paese. L’originalità del metodo di insegnamento, la pratica di gioco come espressione artistica, formarono una scuola che privilegia il lavoro fisico e mentale per far in modo che il talento diventi creatività artistica.

«La Capoeira Angola può essere insegnata soltanto senza forzare la naturalità della persona, la faccenda consiste nel mettere a frutto i gesti liberi e propri di ciascuno. Nessuno lotta allo stesso mio modo, ma nel loro modo c’è tutta la conoscenza che io ho imparato. Ognuno è ognuno..»

Vincente Ferreira Pastinha morì il 13 novembre 1981. Fino all’ultimo non lasciò i suoi discepoli benché vecchio e cieco.

La Musica

Nelle rodas la musica è imprescindibile, perché senza musica non c’è gioco ed ogni capoeirista che si definisce tale, sa suonare tutti gli strumenti utilizzati in quest’arte e conosce i principali ritmi e canti del gioco della Capoeira. I ritmi nella Capoeira sono definiti nel linguaggio musicale “in levare”, ovvero, sincopati, cioè sono forme di ritmo dove una nota appartiene per metà del suo valore alla fine di un tempo o movimento di battuta e per l’altra metà al principio di un altro.
La batteria, vale a dire gli strumenti utilizzati per produrre la musica della Capoeira Angola sono formati dalla sezione degli archi (berimbaus) e dalla sezione delle percussioni.
Il berimbau è lo strumento musicale fondamentale di una roda de Capoeira, la sua fabbricazione non è difficile, sia per il reperimento dei materiali da utilizzare sia per la tecnica di costruzione; esso è uno strumento ad arco formato da un palo di legno flessibile (berimba), un filo di acciaio armonico (arame), a cui viene connesso un tipo particolare di zucca (cabaça), seccata e tagliata da una parte: questa è la cassa di risonanza dello strumento. Il berimbau viene suonato percotendo l’arame con una bacchetta di legno (baqueta), tenuta con l’indice e il pollice della mano destra, mentre la mano sinistra sorregge lo strumento e tiene (con l’indice e il pollice) il dobrão; quest’ultimo è una moneta che viene premuta contro l’arame per ottenere suoni acuti ed altri effetti sonori, anche una pietra liscia può svolgere la stessa funzione. La mano destra oltre alla baqueta, regge (con il medio e l’anulare) un altro strumento che viene usato insieme al berimbau: il caxixì. Esso è un piccolo cesto in vimini, il cui fondo è realizzato con un disco di zucca (cabaça); all’interno di questo piccolo cesto si trovano dei semi, in sostanza un sonaglio, e come un sonaglio esso è suonato. Infine, il berimbau è suonato avvicinando o allontanando la bocca della cassa di risonanza (la parte tagliata della cabaça) al ventre, in modo da ottenere suoni aperti o chiusi.
La sezione degli archi è formata da tre tipi di berimbau: il gunga, il medio e la viola.
Il gunga è il berimbau grave, esso è lo strumento che apre la musica ossia è il primo strumento a suonare, inoltre, armonizza gli altri strumenti e le voci. Dopo il gunga segue il berimbau medio, strumento principale della roda; il medio governa il gioco e stabilisce cosa è apprezzabile e cosa non lo è: attraverso la produzione di caratteristici suoni, il berimbau rileva i colpi (simulati) andati a segno, interrompe il gioco tra i due contendenti (camaradas), quando è troppo nervoso o rigido, oppure quando arriva il momento di cambiare le coppie in gioco; ancora, annuncia la chiusura di un particolare ritmo, oppure, la fine della roda. Poi, è la volta della viola, di tonalità acuta, questo è lo strumento solista della batteria; le sue variazioni sonore e i suoi “dialoghi” con gli altri berimbaus, arricchiscono la melodia della musica, elevandone l’intensità fino darle un attributo consono alle situazioni definite di trance, cioè, uno stato mentale contemplativo e di rapimento suggestivo, esperienza attinente alle culture sciamaniche, che attribuiscono agli stati di trance un importante valore e significato emotivo.
Sempre seguendo l’ordine d’entrata degli strumenti durante la “ouverture” musicale di una roda di Capoeira Angola, dopo la sezione degli archi, arriva il turno delle percussioni, i primi sono i due pandeiros. Il pandeiro è il tamburello; le sue sonorità articolate, impreziosiscono la musica.
Dopo viene l’agogô. Questo strumento musicale è costituito da due campane, una grave e una acuta, il suono viene prodotto percotendo in modo alternato le due campane con una bacchetta di legno; l’agogô, stabilendo continuità e coesione, attribuisce alla musica un carattere estatico. In seguito, arriva il turno del reco-reco. Il reco-reco è costituito da un pezzo di canna (30 cm. circa), di diametro relativamente largo; scanalato trasversalmente, viene raschiato con una bacchetta adatta, producendo un crepitio, un grattare che non ha niente di musicale. Lo strumento non è ritmico nel senso stretto del termine, poiché il suo suono manca della necessaria precisione. Tuttavia è usato dappertutto nei riti magici, specialmente tra le popolazioni indigene del Mato Grosso. Solo in questo senso può essere comprensibile il suo uso nella danza; tale potere magico è infuso anche nella musica e nel gioco.
Infine, viene l’atabaque. Questo è un particolare tipo di tamburo, paragonabile alle congas ma con caratteristiche peculiari; con il suo suono greve e intenso, l’atabaque avvolge tutte le sonorità contribuendo così all’armonia musicale nel suo insieme; esso rappresenta il muscolo cardiaco di una batteria.
A conclusione di questa parte è opportuno riferire i principali ritmi della Capoeira Angola, ognuno di questi ritmi ha un proprio significato che è comprensibile nell’evoluzione di una roda, essi sono: angola, sao bento grande, sao bento pequenho, iuna, cavalaria, santa maria, jogo de dentro.

Il Gioco

Quello della Capoeira Angola è un gioco di attacco, difesa, ginga di corpo e malandragem.
Malandragem significa “malandrinità”, ossia, tutto ciò che ha che vedere con la personalità del malandrino. In questo senso, il malandro (malandrino) è un tipo di persona “sveglia”, che non concede occasioni per essere ingannato. Una persona abile che, grazie alla sua scaltrezza e perspicacia, nella vita è in grado di confrontarsi con le persone di qualsiasi categoria sociale, ciò è riflesso anche nel gioco, poiché il gioco è per tutti; un’altra caratteristica della malandragem è la malizia nel gioco, vale a dire, l’abilità di sorprendere il compagno di gioco.
Per comprenderne la “filosofia”, si può paragonare il gioco della capoeira angola, al gioco degli scacchi: tutte le possibili azioni di gioco sono prestabilite, sicché, ad ogni azione o movimento segue una gamma di possibili azioni. Ad esempio ad una chamada de tesoura, si può rispondere con almeno due diverse alternative: l’aù o il rabo de arraya. Ognuna delle possibili alternative è adeguata già in partenza, quindi la scelta d’azione dipende dalla strategia di gioco adottata. In genere, nella capoeira come negli scacchi la strategia è quella di scoprire i punti deboli dell’antagonista e agire di conseguenza, ossia, sfruttare le situazioni di vantaggio per sorprendere il compagno di gioco; ma può anche essere che il compagno di gioco simuli una “debolezza” in modo da fargli commettere un’imprudenza.
Pertanto, l’evoluzione del gioco dipende dalle interpretazioni delle situazioni che giocatori fanno momento per momento durante lo svolgersi del gioco. Tuttavia, i giocatori non solo interpretano le varie situazioni che si vengono a creare durante il gioco, interpretano anche il proprio ruolo nel gioco; per comprendere questo concetto si può utilizzare come metafora la commedia dell’arte.
Nella commedia dell’arte del XVI e XVII secolo, gli attori recitavano sulla traccia di un canovaccio che prevedeva soltanto a grandi linee (attraverso notazioni molto sommarie) lo sviluppo delle situazioni. Sulla base di questi schemi, gli attori che impersonavano Arlecchino, Colombina, Pantalone o Brighella, recitavano scene anche lunghissime.
Ciò avveniva perché gli attori erano in grado di riempire con le loro capacità di cantori, mimi, acrobati e suonatori uno schema che offriva un’esigua traccia per l’azione scenica. Così come un attore della commedia dell’arte, il giocatore di capoeira angola, sulle basi delle proprie conoscenze di gioco, agilità, esperienza e condizioni di forma fisica, interpreta sé stesso nel gioco: quanta più esperienza e mestiere stanno alla base delle capacità del giocatore, tanto più l’improvvisazione nel gioco appare semplice, sciolta e naturale. L’esperienza, si acquisisce naturalmente con il costante ed adeguato allenamento e pratica di gioco, non esiste perfezione di gioco ma continuo miglioramento. Una volta appresi i rudimenti, cioè i movimenti fondamentali, questi possono essere migliorati con la pratica, in modo tale che siano tra loro integrati e automatizzati, rendendo più agile e creativa l’esecuzione delle possibili sequenze d’azione.
Nell’apprendimento del gioco della capoeira, il mestre Cobra Mansa distingue tre fasi o momenti: il primo, è il momento della escuridão: è il momento dell’oscurità, in questa fase si trova il giocatore inesperto che confrontandosi con un giocatore più esperto non è in grado di percepirne la malandragem e la mandinga , ma soprattutto, non è in grado né di vedere partire i colpi che riceve né di dare inizio ad una strategia di gioco, in sostanza “brancola nel buio”; la seconda fase è quella della natação: è la fase del nuoto, qui il giocatore è in grado di nuotare, cioè è in grado di difendersi, attaccare, abbozzare una strategia di gioco e tenere il ritmo del gioco; ma rispetto ad un giocatore ancora più esperto è in grado di stare a galla solo se quest’ultimo glielo permette. La terza fase è quella detta della bola de cristal, (sfera di cristallo), in questa fase il giocatore è in grado di prevedere il gioco ed agire di conseguenza, più esattamente, crea egli stesso il gioco; naturalmente si tratta di una condizione relativa, cioè la capacità di prevedere o costruire il gioco dipende dalla qualità dei giocatori: se due giocatori hanno in comune un livello medio di esperienza, finché hanno fiato e immaginazione, nuotano, se condividono un livello di esperienza più alto, entrambi giocano con la sfera di cristallo, ma se uno dei due giocatori dimostra, in agilità e inventiva, un livello di gioco superiore, la sfera di cristallo è nelle sue mani, mentre l’altro si ritrova in balia delle onde.
Per realizzare un bel gioco di capoeira angola, la destrezza non è sufficiente, è necessaria anche una buona musica, suonata e cantata con energia: quanto più la musica è ben eseguita, tanto più il gioco sarà avvincente.

Capoeira e benessere psicofisico

In questo capitolo vengono presentate alcune deduzioni, basandosi sulle produzioni letterarie delle neuroscienze e delle scienze umane, riguardanti i possibili effetti positivi dell’arte della capoeira angola sull’uomo. Precisamente, l’analisi si articola su differenti livelli: il primo livello riguarda l’individuo, ossia, della relazione tra mente e corpo; il secondo livello analisi è quello psicosociale.
Per sapere cosa può far bene all’organismo umano prima bisogna conoscere l’organismo umano, ciò include la conoscenza della fisiologia, ossia, la conoscenza di come è strutturato l’organismo umano, le relazioni tra le parti che costituiscono l’insieme e il modo di funzionare di tale struttura fisica. Per ciò che interessa questo ambito, l’indagine è inizialmente focalizzata sulle risposte difensive dell’organismo, precisamente, il sistema immunitario e lo stress.
La parola stress significa tensione, spinta, sforzo ed ha una connotazione negativa dato che è sempre posto l’accento sulla potenziale nocività di questo fenomeno. Essere sottoposto a stress significa subire una particolare tensione fisica, psichica o entrambe, dannosa per l’equilibrio psicofisico. I fattori che producono la risposta di stress sono chiamati agenti stressanti o stressori e sono moltissimi: il freddo, l’attacco di un nemico, l’aspettativa di una minaccia, la frustrazione comportamentale, fattori di valenza emotiva e sociale, rumore, eccesso di lavoro e molti altri.
La risposta allo stress ha un significato essenzialmente adattivo, cioè positivo per l’organismo, ma che può diventare patogena se l’azione degli stressori diventa troppo intensa e prolungata. Tuttavia, esclusa questa situazione, purtroppo frequente e dannosa, lo stress moderato ha invece un significato positivo e necessario al mantenimento del delicato equilibrio psichico e fisico dell’uomo. Infatti hans Selye definiva lo stress come il sale della vita e Seymur Levine ha proposto che un grado ottimale di stress rende meno sensibili alla monotonia, affina le capacità di concentrazione, di attenzione, di percezione e facilita la memoria e l’apprendimento.
Selye definisce lo stress come “una reazione non specifica dell’organismo quando deve affrontare un’emergenza o adattarsi ad una novità”.
Quando gli stressori agiscono in forma prolungata ed intensa per cui acquisiscono una connotazione dannosa, compare una sequenza di reazioni chiamata Sindrome Generale di Adattamento e si manifesta in tre momenti successivi: a) una fase di allarme che consiste essenzialmente in cambi a livello biochimico ormonale; b) una seconda fase detta di resistenza in cui l’organismo si dispone ad un’azione difensiva ed infine, c) una fase di esaurimento che distingue con un crollo delle difese rappresentate dal sistema immunitario, quindi la possibile comparsa di patologie organiche.
Tuttavia, la quantità, qualità e la durata della risposta allo stress sono correlate all’intensità dell’attivazione emozionale causata dallo stressore che a sua volta dipende dalla valutazione cognitiva dello stesso. Ogni agente stressante viene analizzato cognitivamente nel suo significato di minaccia potenziale e se viene considerato pericoloso, viene avviata l’attivazione emozionale e la conseguente risposta di stress. Se lo stimolo viene stimato innocuo, non produce attivazione emozionale e non assume un significato stressante.
Le società post-industriali sono caratterizzate, in primo luogo dalla contrapposizione tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro o di vita, spesso identificando il primo come “situazione stressante”; altre due caratteristiche apparentemente contraddittorie delle società post-industriali sono la velocità dei ritmi della vita quotidiana e la sedentarietà, ritenute nocive per la salute fisica e mentale. Selye sostiene che “non è tanto importante quello che ci accade quanto il modo in cui lo interpretiamo”. Perciò, accade che stimoli stressanti ed anche disturbi prettamente organici devono il loro effetto deleterio al vissuto che li accompagna (timore, sofferenza, frustrazione ecc.). Inoltre, mediante apposite psicoterapie la valutazione può essere cambiata, per cui uno stimolo stressante dannoso fisicamente e psichicamente può diventare uno stimolo innocuo oppure il sale della vita ed attivare positivamente le capacità cognitive e fisiche.
In questo senso la pratica della capoeira può essere un ottimo strumento, per contrastare le situazioni di stress dannoso, attraverso lo stress che la pratica del gioco della capoeira comporta ritenuto positivo per l’organismo, attivando proficuamente, quindi migliorando, le capacità fisiche e cognitive.

Questi studi hanno evidenziato la distinzione tra fisico e psichico, vale a dire, tra mente e corpo;
molti autorevoli scienziati e premi Nobel si sono occupati del problema mente-corpo, ad esempio K.R. Popper (1965) uno dei rappresentanti autorevoli del dualismo interazionista corrente di pensiero filosofico o epistemologico, distingue due tipi di eventi (o stati) interagenti, gli uni fisico-chimici e gli altri mentali. R.W. Sperry, basandosi sulle analisi degli effetti funzionali in due casi di split-brain o cervello diviso, ossia, i casi di due soggetti sottoposti a commissurotomie per ridurre i gravi attacchi epilettici ( Sperry e Gazzaniga, 1966), suggerisce la compresenza di due menti separate, cioè di due sfere di coscienza indipendenti: una mente destra e una mente sinistra. In particolare, egli sostiene un interazionismo emergente, tra gli eventi neuronali e gli effetti mentali come in ogni rapporto tra le parti e il tutto. La coscienza però non è un agente disincarnato o soprannaturale, ma è strettamente connessa coi processi cerebrali, il suo modello propone che le proprietà o le forze mentali esercitino un controllo regolativi sulla fisiologia cerebrale, che esse cioè siano cause e non correlati passivi.
Per Gava (1994), Sperry è vittima di una dicotomia epistemologica. Infatti negli esperimenti in laboratorio egli applica i metodi ed i criteri di scientificità correnti, cioè l’epistemologia con cui opera e procede tutta la scienza. In fase interpretativa, al contrario, impiega la sua concezione emergentistica e per molti versi antitetica.
In questo lavoro, invece, ci si basa sulla prospettiva teorica dell’identità secondo cui la mente è il cervello (P.M.Churchland, 1979; Smith Churchland,1986; Gava,1994;). Secondo questa prospettiva, ogni singolo stato, evento o processo mentale è uno stato, evento o processo dinamico del cervello o nel sistema nervoso centrale (identità delle occorrenze). Così, un dolore o un’idea comune a due individui o ricorrente nello stesso individuo in tempi successivi può identificarsi con processi dinamici diversi.
Questa prospettiva permette di spiegare, in certa misura, alcune difficoltà provenienti soprattutto dalle ambiguità del linguaggio ordinario. Mentre il cervello umano è frutto di una lunga evoluzione, il linguaggio è in larga parte frutto di convenzione, spesso semanticamente molto confusa e ingannevole; inoltre il cervello funziona con categorie che non sempre corrispondono a quelle assunte dal linguaggio ordinario, il quale pertanto è costretto a modificare o eliminare i suoi asserti e le sue categorie.

Cervello, principio della complementarietà e capoeira

Gli esperimenti eseguiti su soggetti normali e pazienti callosotomizzati e/o commissurotomizzati hanno dimostrato che i due emisferi cerebrali, sebbene abbiano molte delle funzioni di base identiche (visione, audizione, controllo motorio ecc.) sono differenti in certe capacità cognitive e metodi di elaborazione delle informazioni. L’emisfero sinistro possiede, nella maggior parte dei soggetti, i centri del linguaggio e controlla la parte destra del corpo. Le capacità dell’emisfero sinistro sono focalizzate su ciò che è concreto, tangibile, visibile, misurabile; analizza le parti dell’insieme (analitico) cerca di determinare la relazione causa-effetto tra di loro, invece di considerare il quadro completo delle interazioni. La forma di processamento dell’emisfero sinistro è alla base del metodo sperimentale e dell’osservazione scientifica.
L’emisfero destro è considerato muto ma è superiore al sinistro in prove che richiedono delle abilità visuo-spaziale. Funziona in base ad immagini e configurazioni invece che di parole. L’emisfero destro è intuitivo, emotivo ed il suo modo di elaborare l’informazione gli permette di concepire l’insieme, la totalità (olistico). Usa le metafore come metodo di comparazione invece delle misure.
Questo quadro di specializzazione emisferica non è assoluto, nel senso che le capacità ed il modo di funzionare di un emisfero sono anche presenti in quello opposto ma in tono certamente minore. L’emisfero destro ha delle elementari capacità linguistiche nel senso che, può produrre e capire alcune parole molto familiari; inoltre, apporta la prosodia che è la parte emotiva ed affettiva della comunicazione linguistica. L’emisfero sinistro, d’altro canto, dimostra di avere certe capacità percettivo-spaziali.
I meccanismi neurali delle forme di processamento dei due emisferi sono, con tutta probabilità, parzialmente determinate dal codice genetico ma sono anche intensamente influenzate dall’esperienza socio educativa durante l’infanzia e l’adolescenza. L’impostazione educativa e l’insieme dei valori culturali della nostra civiltà occidentale favoriscono le capacità cognitive dell’emisfero sinistro. La comunicazione linguistica, la razionalità, le capacità analitiche, l’essere attivo estroverso e logico, sono attributi considerati accettabili, migliori ed utili per il vivere sociale, economico e culturale della società occidentale. Certamente sono considerate più importanti dell’intuizione, l’emozione, la visione olistica dei problemi, la recettività, la riflessione, che sono mediate dall’emisfero destro.
Questo predominio sinistro si vede anche in molti aspetti del nostro modo di vivere. Il metodo scientifico viene considerato da molti come l’unico sistema per arrivare alla conoscenza; difatti si cerca di risolvere scientificamente i problemi personali o sociali. La pressione educativa viene concentrata sulle materie scientifiche, tecniche e in quelle umanistiche che sviluppino capacità analitico logiche. Le materie artistiche e creative sono insegnate in un tono minore. Infine, il successo economico personale e del gruppo sociale sono considerati di primaria importanza e mete da esibire per cui la necessità di essere attivi, analitici, logici, competitivi, razionali ecc.
Un’altra caratteristica della cultura occidentale è la tendenza a concepire la realtà in base ad opposte dualità: maschile-femminile, mente-corpo, bene-male, sinistra-destra, amore-odio scienza-religione ecc.
La scienza moderna ci propone una visione della realtà fisica molto simile a quella delle filosofie orientali, in cui, la concezione degli opposti viene sostituita dal principio di complementarietà per cui, per esempio, il maschile (yang) si complementa con il femminile (yin), la mente con il corpo, lo spirito con la carne ecc. La fisica delle particelle atomiche e subatomiche, di cui è costituita la materia e il mondo, ci propone una visione in cui il tempo e lo spazio sono un continuo, materia ed energia sono intercambiabili, vi è una mutua interazione. Quando le funzioni dei due emisferi cerebrali si manifestano ad un alto livello ed inoltre vi è una perfetta complementarietà tra di esse, appare il genio: Leonardo, Einstein ecc.
In questo contesto, le funzioni dei due emisferi cerebrali, non dovrebbero essere opposte ma complementarsi ed integrarsi per generare un comportamento intellettuale, sociale più ricco, equilibrato e creativo. L’arte della capoeira, per diversi motivi, può essere un mezzo per stimolare uno sviluppo equilibrato delle differenti capacità funzionali dei due emisferi, ovvero, per ristabilire un’attività equilibrata delle funzioni cerebrali.

In primo luogo nel gioco della capoeira comporta, senza sensibili differenze, l’uso della parte destra e della parte sinistra del corpo, in altre parole, si deve essere in grado d’eseguire i movimenti sia verso destra sia verso sinistra, ad esempio, l’aù (la ruota) deve essere effettuata con la stessa destrezza sia verso destra, appoggiando al suolo per prima la mano destra, sia verso sinistra appoggiando al suolo per prima la mano sinistra; inoltre, si ricorda che la ginga, il movimento base della capoeira, è un movimento continuo alternato di guardia destra e guardia sinistra.
In secondo luogo, la capoeira è musica, cioè si canta e si suonano strumenti musicali, quindi si stimola la creatività e la coordinazione tra due differenti attività psicomotorie, come la manualità e la verbalizzazione, soprattutto, la parte emotiva ed affettiva della comunicazione linguistica: la prosodia.

Inoltre, la capoeira richiede, un continuo confronto nello tra due persone. quindi stimola le abilità visuo-spaziali e percettivo spaziali (come l’equilibrio); così come le capacità intuitive (durante il gioco) e le capacità analitiche (prima, ma soprattutto dopo il gioco).
Infine, dato che l’impostazione educativa e l’insieme dei valori culturali della nostra civiltà occidentale favoriscono le capacità cognitive dell’emisfero sinistro, l’arte della capoeira può operare a vantaggio di uno sviluppo equilibrato delle funzioni cerebrali. Come abbiamo visto la capoeira angola comprende abilità in diversi ambiti, ossia bisogna essere in grado di giocare, suonare e cantare. Quindi l’apprendimento viene articolato seguendo la distinzione fatta.

L’apprendimento della capoeira angola, nelle sue fasi iniziali prevede diversi obiettivi, un primo obiettivo è quello dell’ acquisizione di un livello tonicità fisica adeguata e un miglioramento significativo delle capacità psicomotorie, queste sono condizioni necessarie per ottenere, oltre un’ottima elasticità muscolare, un’adeguata forza e resistenza per essere in grado di compiere i movimenti in modo corretto ed evitare conseguenze negative come slogature, distorsioni, stiramenti muscolari, contusioni ecc.; altro obiettivo è l’acquisizione di una percezione motoria necessaria per svolgere in modo adeguato i particolari e inconsueti movimenti in cui sono coinvolti tutti i muscoli del corpo e ciò implica abilità visuo-spaziali, percettivo-spaziali e la capacità di autocontrollo motorio; infatti, oltre alla danza e la lotta, bisogna acquisire la capacità cantare mentre si suona uno strumento, cioè si deve acquisire l’abilità di svolgere contemporaneamente due differenti compiti in cui sono coinvolti parti differenti del corpo;
In generale nelle sessioni di allenamento una parte degli esercizi consiste nell’esecuzione ripetuta di una serie di movimenti “semplici” in modo che siano resi sciolti ed elastici ed integrati successivamente con altri movimenti “semplici” in modo da rendere le ripetizioni sempre più complesse e articolate; un altro obiettivo è la socializzazione al gruppo, di fatto la capoeira è un’attività di gruppo le cui prestazioni dipendono dalla capacità di svolgere in modo coordinato diversi compiti in cui sono impegnati i partecipanti – in una roda di capoeira il numero minimo dei partecipanti è 10, due giocano e otto suonano gli strumenti e cantano, ma possono parteciparvi anche trenta quaranta, cinquanta, finché c’è spazio sufficiente – la stessa attività di apprendimento e un’attività di gruppo effettuata in modo coordinato.
Per i principianti più giovani, cioè i bambini e gli adolescenti, l’obiettivo della socializzazione al gruppo avviene innanzitutto attraverso attività creative, come la costruzione degli strumenti musicali. Implicitamente si tratta di stimolare il consenso e l’aggregazione, la comprensione e l’armonia tra i bambini. Qui è importante la figura del formatore-animatore deve essere in grado anche di trasmettere come valori caratteristiche quali il rispetto delle persone, l’autocontrollo ovvero la pazienza all’interno del gioco della capoeira sono presenti norme che indicano ciò che è apprezzabile e ciò che non lo è, queste hanno a che fare con il rispetto delle persone come il saluto al compagno quando si inizia e quando si termina il gioco, oppure la cautela nell’eseguire i movimenti per non recar danno ai compagni, la comunicazione linguistica, le capacità analitiche e quelle creative, la visione olistica dei problemi e l’essere attivo estroverso e logico.

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Autore: Dott. Filippo Roda’ - Capoeira Angola Pernambuco