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GENESI E SVILUPPO DELL'ARTE DELLA CAPOEIRA
Il grande balzo spazio-temporale ci porta nel Brasile di cinquecento anni fa. Fin dagli albori della sua scoperta e formazione, il Brasile ha assunto i caratteri di un’impresa mercantile, nel senso che all’epoca della scoperta, il Portogallo, come il resto del continente europeo si trovava in pieno regime mercantilista(Prado Jr., 1960; Guimarães, 1964).
Ciò diede vita al modello economico chiamato agro-esportatore (Prado Jr., 1962, Isenburg, 1986): “Fu inizialmente per alimentare gli scambi europei di prodotti tropicali, assieme a metalli preziosi e diamanti, che si popolò il territorio brasiliano, che vi si fissò e organizzò una collettività umana … Si stratificò dunque così la società coloniale brasiliana e “l’affare” cui era destinata – la produzione cioè d’oggetti commerciali richiesti sulle piazze del vecchio continente – e a tale finalità concorsero le riserve di una natura inesplorata e vergine, la posizione dinamica e dominante del portoghese popolatore e colono” (Prado Jr., 1960), e la forza lavoro di uomini resi schiavi: dall’Angola, Congo, Guinea, Mozambico, Zaire (etnie Kimbundu, Kongo, Manda o Mandinga, ecc.) e dalle nazioni indigene brasiliane (Aruaque, Guarani, Tupi, ecc.). Ciò implicava la concentrazione della proprietà fondiaria, sicché questo tipo di struttura agraria si riprodusse nel corso dei secoli in modo pressoché immutato fino ai giorni nostri. Nel periodo coloniale le terre, in grand’estensione, erano concesse come donazione a nobili e a chi aveva risorse finanziarie da investire, essi avevano però il vincolo del popolamento, messa a coltura e pagamento della decima all’Ordine di Cristo. Inoltre, i donatari avevano l’obbligo di costruire engenhos ed erigere difese militari sia contro i nativi sia contro i pretendenti europei che giungevano dal mare. Nel 1534, a trentaquattro anni dalla scoperta, i portoghesi avevano tentato l’esperimento delle capitanias hereditárias: le terre esplorate, cioè la zona costiera, furono suddivise in quindici capitanias di cui solo due prosperarono, il Pernambuco nel Nordeste (dove si cominciò subito a coltivare la canna da zucchero) e, a sud, São Vicente (l’attuale São Paulo); ciascuna capitania era governata da un capitano-maggiore, da esse trassero origine le province e gli stati attuali (Isenburg, 1986; Stegagno Picchio, 1997). Il sistema delle donazioni o sesmarias fu applicato fino al 1822, in coincidenza con la proclamazione dell’ Impero indipendente..
Ecco come il padre gesuita Fernão Cardim, descrive ad esempio, intorno al 1590, il Pernambuco:
Ha circa duemila abitanti fra città e dintorni con molti schiavi di Guinea calcolabili in duemila circa: gli indios autoctoni sono ormai pochi. Il paese è tutto molto piano e il lavoro delle piantagioni si fa coi carri e via terra. La fertilità dei canneti è indicibile; ci sono sessantasei engenhos e ciascuno di essi è un vero villaggio,… gli engenhos non riescono a smaltire la canna …e non si arriva mai all’esaurimento, così che si sta macinando canna di tre o quattro anni addietro; e anche se ogni anno arrivano a Pernambuco quaranta o più bastimenti, essi non riescono a portar via tutto lo zucchero, si fanno anche molti allevamenti. La gente è benestante, alcuni però sono anche assai indebitati per le forti perdite di schiavi di Guinea (muoiono in gran numero) e per le grandi spese e gli eccessi del loro tenore di vita. Mogli e figlie si vestono di ogni specie di velluto, damaschi, sete e in questo esagerano oltre misura… La città (Olinda) − Recife verrà dopo − è ben situata in posizione sopra elevata con ampia vista sul mare e verso terra; bei palazzi di pietra e calce, mattoni e tegole.
Narrativa epistolar de uma viagem e missão gesuitica, 1582-85.
La presenza dei portoghesi in africa risale al 1430; sfruttando i conflitti esistenti tra i differenti gruppi tribali ed incentivando le guerre tra essi, acquisirono attraverso mercanti di schiavi i prigionieri fatti durante le guerre. I prigionieri in seguito erano deportati nelle varie isole dell’atlantico, dove già si produceva zucchero di canna. Afonso Taunay stima che durante i secoli XVI, XVII e XVIII, furono deportati in Brasile, rispettivamente 100.000, 600.000 e 1.300.000 di esseri umani schiavizzati. In periodo coloniale, la striscia saccarifera che garantiva ricchezza alla metropoli era un sottile nastro di poche leghe, di qualche decina di chilometri, che correva parallelo alla costa da Porto Seguro (Bahia) fino a nord di Recife (Pernambuco); i cunei che si spingevano verso l’interno non erano di destinazione agricola, ma necessari spostamenti per procurarsi legname, indispensabile quale materia prima per l’edilizia e per gli attrezzi di lavoro ed anche come fonte di energia per i fuochi della raffinazione dello zucchero. È qui che prende vita la capoeira, in questo sottile nastro costituito da engenhos che si susseguono l’un l’altro senza soluzione di continuità.
All’interno degli engenhos si trovano le senzalas; la parola deriva dal Kimbundu (sanzala) e significa abitazione. Le senzalas sono le abitazioni degli schiavi in una fazenda o engenho contrapposta socialmente e stilisticamente alla casa grande abitata dal proprietario. Quello delle senzalas era l’unico ambiente lasciato agli schiavi dove poter preservare la propria dimensione culturale. I riti e le credenze sopravvivevano come la più innocente forma di divertimento: la danza e i canti. Al suono di degli atabaques , permaneva vivo il culto degli orixas, le danze riportavano movimenti e gesti codificati nella cultura d’origine, memorie di un mondo perduto, da cui furono strappati; da questa violenza, compiuta dall’uomo sull’uomo, è nato il gioco della Capoeira. Secondo Albano Neves e Souza, gli schiavi delle tribù del sud dell’Angola che furono deportati attraverso l’avamposto di Benguela portarono la tradizione della lotta con i piedi.
Questa ipotesi è riportata nello scritto di Albano Neves e Souza, che scrive da Luanda, Angola, a Luis da Camara Cascudo (Adorno,1999): tra i Mucope del sud dell’ Angola, c’è una danza della zebra N’golo, che avviene durante la Efendula, festa della pubertà delle ragazze, che smettono d’essere adolescenti per diventare donne, adatte al matrimonio e alla procreazione. Il giovane vincitore dello N’golo ha il diritto di scegliere la sposa senza pagare la dote per lo sposalizio. Lo N’golo è la Capoeira. Un’altra prova che rafforza tale ipotesi che porta ad attribuire l’origine della Capoeira allo N’golo conduce all’abitudine in brasile di alcuni malandros – malandrini – di suonare uno strumento chiamato Berimbau e che in africa viene chiamato hungu o m’bolumbumba, a seconda del luogo diffuso tra le popolazioni dedite alla pastorizia da ovest a est fino allo Swaziland che si trova sulla costa orientale.
In realtà durante l’epoca delle colonie gli schiavi erano deportati non solo dall’Angola, ma anche dal Congo, dalla Guinea e successivamente dal Mozambico. Gli schiavi presenti nelle piantagioni brasiliane potevano essere di origine Manda o Mandingo: Malinkè, Soninke, Fulanke, Susu, Kpelle,( Africa centro occidentale Guinea, Liberia, costa d’avorio; di origine BaKongo: Muserongo, BaMbata, BaZombo (alle foci del fiume Congo); di origine Mbundu o Kimbundu, (Angola); infine di origine Makua, (Mozambico). In ognuna di queste popolazioni erano presenti danze e competizioni atletiche in forma di lotta che prevedevano l’impiego delle mani, oppure l’uso dei piedi od anche della testa.
Verosimilmente, all’interno delle senzalas si è operata un’ibridazione culturale tra membri appartenenti a gruppi etnici differenti (quello dei Kimbundu probabilmente era il più numeroso), ciò ha portato alla genesi della Capoeira, contemporaneamente dall’altra parte, attraverso il lavoro dei missionari, gli schiavi erano sottoposti all’educazione cristiana.
La Capoeira si differenzia dallo N’golo per il semplice motivo che quest’ultimo si realizza in un contesto differente da quello delle senzalas, in altre parole la danza dello N’golo era una competizione atletica legata ad una funzione cerimoniale: ogni gesto o azione aveva un significato codificato nella cultura d’origine; nelle piantagioni brasiliane erano diventate reminescenze di pratiche che avevano mutato il loro senso e si potevano praticare solo in orari stabiliti, ovvero di nascosto; per questa ragione si afferma che la capoeira ha origini afrobrasiliane.
Ecco come Charles Ribeyrolles, esiliato in Brasile da Napoleone III descrive la Capoeira:
ogni sabato notte, finito l’ultimo compito della settimana, e nei giorni santificati.. ..agli schiavi viene concessa una o due ore per la danza, si riuniscono in uno spiazzo, si chiamano, si raggruppano, si incitano e la festa comincia. Questa è la Capoeira, una specie di danza …. ..di coraggiose evoluzioni e combattiva, al suono dei tamburi del Congo. Nelle zone riservate alle senzalas e nei tempi liberati dal lavoro organizzato della piantagione, gli schiavi giocavano, cioè suonavano, cantavano, danzavano e lottavano. In altre parole si riunivano con i loro avi ancestrali, mantenevano viva la loro cultura, custodivano la memoria della propria terra con le sue divinità , i suoi miti e le sue leggende, lo schiavo preservava così i suoi riti e le sue leggi, il suo corpo e la sua psiche, in breve: la propria identità. Per rendere chiara l’angoscia in cui vivevano gli schiavi, bisogna prendere in considerazione l’attività principale che garantisce la sopravvivenza dell’uomo: il lavoro.
Il lavoro proprio della specie umana viene definito “culturale”, ossia, la soddisfazione del bisogno di sopravvivenza avviene in una specifica coscienza sociale. La libertà dal bisogno si realizza nella società e attraverso questa, l’istinto gregario diventa vita sociale, l’attività individuale è integrata nell’attività generale del tipo di società a cui l’individuo appartiene.
Il lavoro è supporto dell’esistenza umana nella temporalità della vita il suo senso varia a seconda le diverse connotazioni culturali del tempo dell’esistere.
L’avvento dell’«economia planetaria» ha fatto conoscere la varia collocazione e ampiezza del tempo di lavoro in ambienti socio-economici con radici storico-culturali diverse. Con l’avvento dell’industrialismo si è ormai abituati a distinguere il tempo di lavoro dal tempo di non-lavoro ovvero di vita. Nell’Africa nera non era così: tempo di vita e tempo di lavoro coincidevano.Una comunità africana riconosce la propria identità nell’appartenenza al passato, alla memoria collettiva d'eventi e personaggi del mondo dei padri e delle madri, mondo che continuerà nei figli. Il passato è amore e timore, da fondamento e pone limiti (tabù): l’azione non è giustificata dall’intenzione rivolta al futuro ma dalla norma codificata nel passato. Le sociètà tradizionali dell’Africa nera sono costituite da comunità di villaggio basate sui legami di consanguineità. L’esistenza comune deve essere protetta, prolungata, preservata: essa non deve ridursi costringendosi ad un lavoro con penose costrizioni fisiche, temporali e morali. In base agli studi di Kamden sulle società tradizionali africane «nella comunità del clan il lavoro non dà mai l’occasione di alienarsi l’altro uomo, perché l’uomo non è mai considerato una merce» né è una merce il tempo di lavoro. Il tempo e l’organizzazione del lavoro non sono distinti, «sono in situazione di armonia e coesione e non di opposizione e rottura come avviene nelle società industrializzate».
Il lavoro si svolge in piena convivialità e armonia, per l’africano è naturale distrarsi e interessarsi anche ad altro mentre lavora, intrattenendo relazioni calde e spontanee. Nelle economie tradizionali di sussistenza le attività di lavoro (coltivazione, raccolto, caccia ecc.) sono compiute in modo comunitario da clan familiari e da tribù. Nelle culture africane tradizionali i comportamenti di tutti e di ciascuno si conformano ad un ordine unico e gerarchizzato che si deve preservare.
Così , in una situazione infame come quella in qui si trovavano gli schiavi del Brasile – dove la dignità umana veniva stritolata, annichilita, umiliata, proibendo la libertà della propria persona e del proprio pensiero– la fuga era il fine, la capoeira il mezzo.Inizialmente la fuga avveniva a livello psicologico: si scappa dalla cultura dei portoghesi per rifugiarsi in quella lasciata in africa, non dimenticata e non ancora totalmente distrutta. Bisogna rammentare che gli schiavi potevano appartenere a tribù o ad etnie differenti, in molti casi tra loro nemiche, quindi è presumibile che vi sia stata un’agglutinazione di culture africane differenti, la capoeira in questo senso si può definire come il risultato dell’unione di differenti culture africane.
Riunendosi in cerchio (roda) il gruppo di schiavi univa le proprie energie psichiche per compiere il viaggio che lo portava alle origini ancestrali. All’interno del cerchio due giocatori (lottatori-danzatori) che si confrontano. Accompagnati dalla melodia del canto e dal ritmo imposto dal tamburo e dal battito delle mani, i giocatori confrontandosi disegnano parabole ingannevoli e sorprendenti. Il giocatore all’interno del cerchio è lottatore e simultaneamente danzatore. Questa dicotomia può essere definita come un continuum in cui ai due estremi vi è la lotta o la danza. La base della danza è la ginga. La base della lotta è la ginga. Il movimento base sia per la lotta che per la danza è la ginga. La ginga rappresenta la mediana del continuum. Si gioca, cioè si danza e si lotta, ad esempio, in presenza del padrone o dei guardiani si danza, in loro assenza si lotta, questo perché era vietata qualsiasi espressione di aggressività, evitando così che gli schiavi si facessero male, sottraendoli così al lavoro. In un secondo momento la fuga diventava azione fisica di allontanamento dalla piantagione. È generalmente accettata l’ipotesi del gioco d’agilità fisica come mezzo di difesa utilizzato dagli schiavi fuggitivi contro i propri persecutori, in questo caso altri schiavi: è esemplare la figura rappresentata dal cosiddetto capitão do mato; il capitão do mato guidava i gruppi di schiavi che erano utilizzati per catturare i fuggitivi, poteva essere meticcio o africano ed era colui che meglio conosceva il territorio selvatico – territorio simile alla savana – del mato. I tentativi di fuga si susseguivano alle catture e in questo modo l’arte si perfezionava; i giochi d’agilità fisica dovevano rendere il colpo sicuro e risolutore, e dare la possibilità ad affrontare senz’armi più avversari, in modo da diminuire drasticamente la probabilità di essere catturato o ucciso.
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